Il drammaturgo spagnolo Fernando Arrabal lancia, da Parigi, un appello di solidarietà per Fulvio Abbate in risposta alla cancellazione della firma dello scrittore dalle pagine de “l’Unità” diretta da Concita De Gregorio:
“Je suis corps et âme avec Fulvio Abbate & en très vive connivence avec son talent fou.
Fernando Arrabal (Paris)”
Chi volesse aderire può inviare il proprio messaggio all’indirizzo di posta elettronica
f.abbate@tiscali.it
Su Teledurruti Fulvio Abbate annuncia la soppressione della sua rubrica "Sagome"
Dopo sette anni, "Sagome", la mia rubrica che tutti i mercoledì appariva su l'Unità è stata cancellata dal nuovo direttore, Concita De Gregorio, questa che potete leggere subito sotto è l'ultima. La ripubblico qui, a futura memoria.
Bene, e con questa siamo alla fine, sì, questa è proprio l’ultima sagoma. Sette anni o forse più, non ricordo bene, sette anni trascorsi, salvo imprevisti, a commentare le cose del mondo. Anzi: l’universo mondo. Sia quello della politica sia quell’altro, forse assai più avvincente, dei gusti personali, nel senso di ribellione contro l’ovvietà, la banalità, il luogo comune, gli ordini di partito, la convinzione che hanno certuni d’essere, ora e sempre, nel giusto, per amore dell’autorità. Sette anni trascorsi così, insomma. Fuori dai cori. Perchè, come diceva Pier Paolo Pasolini, lo scrittore ha come unico dovere con se stesso d’essere “contro il suo tempo”, e nessuno venga ora e qui a dirci che questo è estremismo. Contro Berlusconi, certo, e idem contro il fascismo, che è un modo di pensare. I classici della ribellione, insomma. Ma se questa rubrica non avesse tenuto conto dell’esistenza del luogo comune e dell’idiozia anche nel campo non avverso, cioè anche a sinistra, ebbene, se non lo avesse fatto avrebbe mancato l’obiettivo: la propria sagoma, appunto.
C’è da ricordare ancora che Furio Colombo, un vero narcisista, ma anche un signore che può dar lezioni di laicità, a dirmi che, sì, sagoma era un ottimo titolo. Sagome, come le sagome del poligono di tiro, dissi io. Aggiunse lui che il titolo non escludeva che, fra le sue righe, si potesse anche dire bene di qualcuno, che non è affatto un crimine, un cedimento al sentimento della rivolta, dire bene di chi fa del bene al mondo. E infatti, se adesso provo a sfogliare i titoli completi di tutte le rubriche apparse m’accorgo d’avere anche dispensato qualche segno di rispetto, di stima, di partecipazione umana. A chi sto pensando? Penso a quando volli rendere omaggio ai poveri disgraziati che tirano avanti, conquistano la mesata, facendo i figuranti nei programmi televisivi, e fra le sagome raccontai il loro quotidiano, con l’obbligo di esultare, per quattro soldi, sotto le cazziate del direttore di studio: applaudite, applaudite piano, silenzio, e così via. Penso a quando, sempre fra le sagome, dissi di non essere devoto di Padre Pio, visto che non me la sentivo di condividere l’idea dell’orco buono di Dio, dissi così, per poi, una volta intravista un’altra folla di devoti, cioè i pellegrini ricchi giunti ai Parioli da tutto il mondo, circonfusi di Burberry e Louis Vuitton, per vedere la mummia di Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei, per poi appunto pentirmene: sentendomi quindi mille volte più vicino ai poveracci che in pullman erano venuti a Roma per la proclamazione agli onori degli altari del loro frate, ricchi unicamente di un panino, come unico premio, come un’aureola. Mi ricordo pure di quando, nei giorni dello scandalo Unipol scrissi esattamente così: “non mi dichiaro più di sinistra, nessuno provi a chiedermi sacrifici”. E ancora: “… il gong è già suonato: un’altra parola sbagliata, e il mio posto sarà fra coloro che non si presentano più a votare. Se qualcuno ha bisogno di deleghe in bianco, si assuma la responsabilità di firmarsele, una ad una, tutte da solo”. Scrissi anche che Cesare Battisti, l’ex terrorista, aveva una faccia odiosa, prendendomi gli insulti di quelli che un tempo avevano fatto la stagione dell’autonomia operaia, gente senza allegria, senza agar agar direbbe Artaud. Ho perfino chiesto la liberalizzazione della cellulite, dalle colonne de “l’Unità”, ora che ci penso. MI sono divertito e nello stesso tempo ho provato a difendere la memoria e l’epopea degli umili. Ricordo anche quando ho detto che la sinistra non può pretendere che si parli bene, e d’ufficio, di Roberto Benigni e dei suoi bruttissimi film, “La vita bella è bella” compreso. Al momento di certe reazioni indignate ho potuto contare anche sul sostegno di Antonio Padellaro, che non ha mai preteso che fra i compiti di un direttore ci fosse il controllo sulle idee.
Scrivendole, queste benedette sagome, ho imparato anche a essere più laico, a comprendere il diverso, anzi, ciò che dissimile. Quindi, se non altro, sono servite a me, alla mia crescita interiore. Ma se in questi anni dovessero avere avuto anche qualche lettore, approfitto del fotofinish per ringraziarli d’avermi dato talvolta retta.
Fulvio Abbate
"l'Unità", 22 ottobre 2008
Era così, proprio così, la mia tessera di maoista, nel 1971: sedici anni, tanti ne avevo, e speravo che da un momento all'all'altro il radioso sole dell'Oriente rosso mi raggiungesse fin sotto casa, sognavo, speravo, com'ero ingenuo, com'ero coglione, davvero un gran coglione.
E' stato all'Ateneo Libertario di Barcellona che ho scoperto quest'album fotografico, costola del casellario giudiziario cittadino. Era finito al mercato delle pulci di Sant Antoni, ed è lì che gli anarchici l'hanno acquistato per poche pesetas. Devo invece quest'immagine a Danilo De Marco. La foto che manca è stata strappata, molti anni dopo, da uno che si è ritrovato lì dentro.
Io ero bambino, mio padre lavorava all'Ente autonomo del porto, mia madre faceva invece l'insegnante di francese, ma io non ero felice, avrei infatti voluto che i miei fossero bancari, cioè lavorassero alla Cassa di risparmio, dove ti davano questi quaderni in omaggio, quaderni dove c'era il mondo al mattino: terso, sereno, lieto, come certi sogni filatelici: rondini e campane a battere nel cielo il loro canto.
Un bambolotto realizzato da Wolinski nel Sessantotto; sembra che stia dormendo, come Biancaneve, il sonno eterno, si chiama Georges come il suo inventore, armato di cinturone e completo nero, dal profondo della sua sua teca-bara fuma una sigaretta, a futura memoria di sè e di ciò che sarebbe stato il dopo. Amen. 
Una canotta nel tempo, gli anni Settanta, i più struggenti della mia vita, ed ero pure comunista (e anche il cinturione con il fibbione non era male)
