Ancora su Giuseppe Pinelli
Risposta al post di alessio che mi chiedeva di scrivere la mia opinione sul caso Pinelli dove la visibilità e maggiore. Copio e incollo un mio pezzo uscito su EPolis nel gennaio del 2007.
I monumenti dovrebbero essere due. Il primo, per il commissario Luigi Calabresi, assassinato a Milano nel 1972 da uomini di Lotta continua (almeno secondo la sentenza che ha portato in carcere Adriano Sofri) e un altro, non meno significativo, da dedicare a Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, morto cadendo (o piuttosto precipitato in circostanze ancora oscure?) da una finestra della questura di quella stessa città nel dicembre del 1969, pochi giorni dopo la bomba che fece sedici vittime negli uffici della Banca Nazionale dell’Agricoltura, piazza Fontana. Una strage che attende ancora la verità e i dettagli sui mandanti.
Fausto Bertinotti, da presidente della Camera, ha recentemente ricordato Pinelli come “la diciassettesima vittima”. Di una strage compiuta appunto da elementi neofascisti, con la complicità degli apparati dello Stato. Ma anche dei silenzi ufficiali, rotti, almeno all’inizio, soltanto dalle voci di alcuni cronisti coraggiosi, Giorgio Bocca, Corrado Stajano, Camilla Cederna, Giampaolo Pansa.
Nei verbali, il caso di quel corpo venuto giù con un tonfo continuo da una finestra al quarto piano venne rubricato attraverso la formula del “malore attivo”. Un’espressione paradossale che dimostrava la poca volontà di raccontare come andarono effettivamente i fatti.
L’assassinio di Calabresi non ha cancellato la possibilità di far luce su Piazza Fontana, nonostante non ci siano state condanne definitive, è stata chiarificatrice l’indagine condotta a suo tempo da Guido Salvini, resta così la possibilità di fare davvero luce su piazza Fontana, sul ruolo dei servizi deviati, sulle false accuse a Pietro Valpreda, sulla stessa morte dell’anarchico del circolo del Ponte della Ghisolfa di Milano. Così, per lunghi anni, la memoria di Pinelli è sopravvissuta solo in forma di spettro: ora nelle richieste di chiarezza scandite soprattutto dai suoi compagni delle organizzazioni libertarie, ora in forma di manichino. Sì: un manichino costruito per comprendere innanzitutto i paradossi della fisica, un manichino che veniva giù dalla finestra di via Fatebenefratelli. Un manichino destinato alle perizie scientifiche necessarie per accertare la traiettoria del volo, visto che non c’era modo di comprendere come un suicida possa precipitare “a corpo morto”. Dubbi e ancora dubbi su ciò che accadde lì realmente il 15 dicembre 1969.
In quell’autunno, il questore di Milano era l’ex direttore del confino di polizia di Ventotene, il dottor Marcello Guida. Sandro Pertini, già deportato nell’isola come “sovversivo” e “antifascista”, incrociandolo proprio nei locali di via Fatebenefratelli rifiutò di stringergli la mano.
Giuseppe Pinelli, ferroviere, aveva 41 anni. Il monumento sarebbe soltanto un microscopico risarcimento alla sua innocenza. Sarebbe però anche un omaggio alla vera legalità repubblicana.
P.S.
Dimenticavo, questa foto (o comunque una simile) che mostra le perizie per accertare la verità sulla morte di Pinelli figurava in uno dei manifesti della campagna di lancio de "la Repubblica" nel 1976. Sotto lo slogan "Se non credi alle verità di Stato compra 'la Repubblica'".
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