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Il collezionista di Fulvio Abbate

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Appello per la “Bacchelli” al cantastorie Franco Trincale

Franco Trincale, per chiara fama, è il più grande poeta cantastorie vivente. Trincale ha superato i settant’anni, e il lavoro per lui comincia a essere duro: “lavoro”, nel suo caso, significa le piazze, anzi, segnatamente, piazza Duomo a Milano, dove si esibisce ogni sabato pomeriggio. Almeno quando le forze glielo consentono. E significa poi la sua chitarra, le sue ballate accompagnate dai cartelloni, dove narra e illustra la storia da cantare, dipinti da lui stesso, e infine il pubblico che si ferma ad ascoltarlo, ad applaudirlo, lo stesso che ne ha fatto un’istituzione popolare e “civile”. Franco Trincale meriterebbe quindi il vitalizio della legge Bacchelli. Come riconoscimento alla sua storia, che è poi la storia di epoca, di un’epopea degli umili. E infatti queste nostre righe, servono a sollecitare una mobilitazione popolare e delle istituzioni culturali in questo senso.
Intanto, visto che Trincale va in pensione dopo cinquanta anni di attività la Provincia di Catania ha deciso di allestire un museo permanente raccogliendo il suo archivio, compresa la storica chitarra costruita negli anni ‘60 dal liutaio milanese Antonio Monzino e che gli fu donata, nel 1968, dagli operai dell’Alfa Romeo in lotta. Dimenticavo di dire che Trincale è nato a Militello Val di Catania nel 1935, lo stesso luogo di Pippo Baudo.
Facciamo ora un po’ di storia: torniamo ai fatti e leggende appunto epocali, come “La Barunissa di Carini”, “La Strage di Portella delle Ginestre”, tutte cose puntualmente trasfigurate da Trincale nei quadri delle ballate, ma anche disegnate dallo stesso Franco su grandi tele con colori acrilici, esposti come supporto “scenografico” durante gli spettacoli in piazza. Come accade a ogni vero cantastorie.
Ricordiamo anche un suo concerto del 1971, proprio a Palermo, durante un Festival meridionale de l’Unità, una vita fa. Lo rammentiamo sul palco vestito di pelle nera, in mezzo alla folla che lo acclama come un vero divo, una voce popolare necessaria. C’è perfino un ragazzino che gli dice: “Me lo fa un autografo?” E lui, Trincale lo prende sotto braccio e affettuosamente, paternamente, gli spiega che gli autografi li fanno gli stronzi, quelli che si sentono un cavolo e mezzo, e cantano cose che non fanno male a nessuno.
Non è il caso suo, che ha commento di recente anche l’assassinio di Nicola Calipari, quello della giornalista catanese Maria Grazia Cutuli, di Marco Biagi, ha cantato e raccontato ancora la morte di Dodi Al Fajed e la principessa Diana, fino ai recenti fatti della Parmalat, e le truffe di Vanna Marchi.
Il canto di Trincale infatti era invece e resta un’altra cosa. Un canto di denuncia, tutte cose che potrebbero spiegare bene Carlo Levi o Ernesto De Martino. Lo ricordiamo ancora quando, a un festival pop palermitano la sua ballata contro il presidente americano Nixon e la guerra del Vietnam, fece diventare idrofobo un questore del tempo, al punto di togliergli l’audio.
Già, come dimenticare che Franco Trincale appartiene alla tradizione del canto popolare, dei cantastorie, mettendo egli in più il supplemento del rivoluzionario, del comunista, dell’uomo in rivolta, del siciliano emigrato al Nord, insofferente a tutto, a ogni imposizione, disposto – come narra la sua storia politica e umana ormai lunga come il sempre – quindi ad diventare compagno di strada di coloro che negli anni Sessanta e Settanta criticavano il Pci che voleva la pace con le classi medie e con la Chiesa.
Ma come si può mai pretendere da uno che recita cantando la storia dei misfatti del potere di fare silenzio, di piegarsi al realismo della politica, come quando, pochi anni fa, in seguito alle proteste di Forza Italia che ne denunciava l’intento diffamatorio verso Silvio Berlusconi il sindaco Albertini emise un’ordinanza che vietava l’uso degli impianti di amplificazione ai cosiddetti artisti di strada? Franco Trincale non lo ha mai fatto, ma la sua amarezza di adesso, è giusto che si sappia, riguarda tutti coloro che non hanno ceduto le armi della rabbia. Anche i poeti, sì, anche i poeti. I poeti venuti dalle terre dell’ingiustizia e della rassegnazione come lui. I poeti che non temono di parlare di stragi di stato, di cose oscure che nonostante il tempo, come diceva il suo conterraneo Sciascia, aggiungono “nero su nero”. I poeti che hanno continuato a dire no, nonostante tutto, nonostante la televisione abbia ormai ucciso la piazza. Per queste e altre semplici ragioni è giusto che gli sia concessa la “Bacchelli” prima possibile.
Vi chiediamo insomma di aderire all’appello per l’assegnazione del vitalizio previsto dalla legge Bacchelli a Franco Trincale.


www.trincale.com



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Commenti

Bravo Fulvio ! Appello doveroso aderisco.